Workshop di reportage in paesi del terzo mondo, è davvero giusto?

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Sto cercando di inziare nel migliore dei modi questo mio primo articolo. Dico “cercando” perchè, in questi ultimi anni sto assistendo indignato a una rinnovata fonte di guadagno per “pseudoinsegnanti” di fotografia, l’aggettivo è volutamente senza spazi in quanto fermamente convinto facente parte di una specie a se di guru della macchina fotografica.

Da tempo, mi imbatto spesso durante l’utilizzo di vari social network, in link che rimandano a pagine dove vengono pubblicizzati workshop fotografici all’estero, corsi che nella  maggioranza delle volte vengono sponsorizzati come “workshop di reportage fotografico “. Organizzati per il 90% dei casi in paesi al limite della povertà, India, Brasile, Thailandia ecc ecc. , paesi dove i tassi di morte infantile, prostituzione minorile lavori al limite dell’umano sono più che mai attuali. Luoghi dove fortunatamente in mezzo a questa povertà e disagio sociale la gente promuove e mantiene le proprie tradizioni, i propri colori, le proprie usanze. E noi occidentali ne siamo attratti come api sul miele,ma  cosa ci attrae? Il folklore, i profumi, i cibi, la storia e la cultura che questi paesi possono offrire, antichissime città e luoghi di culto, vecchi mestieri che qui da noi ormai sarebbe impossibile vedere.

Ma cosa cerca il fotografo che si iscrive consapevolmente a questi Workshop? Parliamoci chiaro, si ricerca per la maggioranza dei casi una fotografia alla Steve McCurry, una fotografia fatta di bellissimi ritratti, di ragazze con il viso adornato da anelli e orecchini d’osso, treccine impregnate di argilla rossa, un vecchio orbo da un occhio.. ma a quale prezzo tutto questo? e perchè?

Vale la pena tornare alle condizioni di vita di questi popoli, che hanno trasformato  le loro tradizioni e i loro usi e costumi in un sistema  per riuscire a raccimolare con il turismo quanto gli basta per riuscire a sopravvivere, poveri attori che recitano più volte al giorno riti, feste e cerimoniali per accontentare il turista che altrimenti cambia paese. Ecco che in tutto questo gli “pseudoinsegnanti”, hanno trovato un modo per riuscire a trarre a se adepti paganti. Ci si organizza, si pubblicizza, e basta leggere commenti sotto queste pubblicità per rabbrividire, ma dov’è il reportage? Dov’è la storia?

Io cerco di immaginare questi gruppetti che si iscrivono, Il giorno della partenza tutti contenti arrivano armati della loro super attrezzatura fotografica in aeroporto, discorrendo per tutto il viaggio delle loro super reflex, del loro obbiettivo nuovo, del f.2 dell’1.8 della profondità di campo e ammenicoli vari. Cerco di immaginare come un professore, possa far mettere in posa un bambino Filippino che coltiva riso, un vecchio mendicante, e altri mille esempi. Come si può riuscire a insegnare a fare del buon reportage fotografico, fatto di paziente attesa, di “invisibilità” di discrezione e di cuore. Bhè, la verità è che non si può insegnare. la verità è che si arriva li, si mettono in mano a un vecchio indiano 10 rupie e gli si dice di stare fermo così da poterlo fotografare, siamo allo sfacelo della fotografia di Reportage, rovinata da tanti, troppi anni di fotografia selvaggia. Fotografia fatta senza uno scopo, senza avere nulla da raccontare, se non il trofeo da portare a casa e far vedere agli amici, fotografie da mostrare su vari gruppi fotografici di Facebook, dove di fronte all’immagine di un bambino morente si leggono commenti del tipo: “che bella” “con che obbiettivo è fatta?” si discorre della profondità di campo e della sfocatura, dimenticandosi che quel bambino moriva di fame…

Ormai le persone nel terzo mondo pretendono di essere pagate per farsi fotografare, e non hanno nessun torto, sono povere e hanno capito che grazie ai lupi fotografici possono guadagnare qualche moneta. Ma non chiamatela fotografia di reportage. Bimbe prostitute fotografate sulle porte delle loro case/prigione, occhioni profondi, magre, vestite di stracci hanno l’età di molte delle vostre figlie/i che avete lasciato a casa per il vostro viaggio.Le vedi sono li con la voglia di andare a giocare ma invece in attesa del prossimo che le porterà sul letto. E questi Pseudoinsegnanti passano con i loro gruppetti di scolaretti e… flash flash flash  qualche moneta in meno nelle tasche,  e uno scatto in più nella propria SD. Ma non è reportage questo… siete al pari dei clienti che vanno da quelle bambine. pagate per avere un servizio. Poi se qualcuno fotografa vostro figlio senza chiedere il permesso vi scandalizzate e gridate alla denuncia, parlate di Privacy da buoni occidentali, e vi dimenticate cosa fate voi durante i vostri workshop.

Bene la fotografia di reportage, fotografia che io amo tantissimo, ma che sia fatta con coscienza, con giudizio, con un fine di racconto, anche l’Italia è piena di situazioni sui quali poter creare degli ottimi progetti di reportage, senza andare come lupi in paesi del terzo mondo a caccia di fotografie viste e riviste.

 

Andrea Fasani

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